A. non ha un diario, A. è un diario. A. è il diario del tutto, ma anche di tanto niente.
A. ha sbagliato così tante volte che il tasto ‘reset’ credo sia stato inventato per lui. Certi sbagli sono stati peggiori degli altri, di quelli per cui il perdono magari arriva, ma arriva tardi. E tante volte sono stati altri a sbagliare per lui, ma non a pagarne le conseguenze.
A. è amore, di quello che vedi nei film. Molti generi di film, va detto. L’amore peggiore, che non è amore se non per lui, ma anche un amore diverso, quello che pensi “che cosa mi sono person a non amare così”. A. cerca l’amore come Berlin della Casa di Carta. Intenso, crudele, acceso, eterno e temporaneo.
A. fa male quando vuole. A. fa bene e non lo sa.
A. è un balcone di periferia dove il mondo mi si è schiuso davanti per la prima volta. Una casa dove ci si divertiva, ma dove non si pensava tanto al perché. A. è la musica creata insieme, ma anche quello che si è perso nell’adolescenza lasciando indietro una scia di rimpianto. A. è una serie di domande scomode, di quelle che iniziano con una e. E se non se ne fosse mai andato? E se gli avessero voluto bene, invece di insegnargli lezioni con la violenza? E dov’era il mio amore quando lui ne aveva bisogno?
A. è quella verità scomoda che scopri molti anni dopo, e passi delle giornate intere a chiederti come hai fatto a non accorgertene prima.
A. mi completa come pochi altri. A. mi interessa, mi affascina, mi stimola, mi colpisce. A. ha l’intensità di pochi. A. mi ha aperto le porte del futuro non una, ma due volte, perché a lui piace stare davanti. Io non lo so interpretare, A. Non ne sono mai stato capace. A. non ha mai voluto essere interpretato. A lui piace interpretare. E A. capisce, molto di più di quanto gli farebbe bene. A. ascolta il giusto, perché capisce prima.
A. forse non ha ancora trovato la strada, e se fosse qui davanti a me vorrei fargli capire che ci sono due tipi di persone: quelli che trovano la strada, e quelli che la strada trova loro. A. mi ha fatto capire che vanno bene entrambe le cose. Lo capirà anche lui, un giorno.
A. non è davanti a me quanto vorrei. A. mi fa ridere come nessun’altra persona della vita mi ha mai fatto ridere. A. mi capisce al volo. A. non mi ha solo visto crescere, A. mi ha fatto crescere. Non vorrei una vita senza A.
A. ha combattuto ogni giorno. È il sistema che conosce, e quello a cui torna più spesso. A. a volte fatica ad accettare che si merita amore senza dover combattere, e quando ce l’ha ma non ha combattuto per averlo non capisce il da farsi. E allora pensa, studia, suda, cerca, cerca cose che non può trovare, perché così può tornare a combattere.
A. piange. Se sei un po’ come lui, piangi anche tu.
A. vive. Grandiosamente. A. è il lusso sfrenato della povertà. Un Mascetti insicuro su da che parte dello schiaffo è meglio trovarsi.
A. mi ha cambiato la vita. A. è stato più vita di quanta ne avessi potuta avere. A. è un capitolo che non è ancora stato scritto, uno che voglio leggere una pagina alla volta, sperando ci sia ancora tanto materiale.
A. è immorale. E io amo l’immoralità.
A. è la nostalgia del futuro. Ma A. sa essere il presente.

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