C’era una volta un uccello che amava il mare.
Non è che non gli piacesse volare nel cielo: adorava la vita libera che conduceva, il suo stormo, il suo nido, ma a volte cadeva in preda a una malinconia profonda e sognava qualcos’altro. Non ne aveva nessun motivo, e se l’avesse confessato agli altri uccelli nessuno l’avrebbe capito: aveva tutto, cosa poteva desiderare di più? Si fabbricava i problemi da solo.
Il fatto era che quella distesa azzurra lo ammaliava e lo attirava con la promessa di una vita diversa. Non riusciva a farne a meno. Eppure quella vita probabilmente gli sarebbe piaciuta di meno, anzi, l’avrebbe sicuramente ucciso: lui era un uccello, che ci stava a fare nel mare?
Ma ogni tanto gli piaceva immergersi, solo per qualche secondo, tuffarsi sotto trattenendo il respiro e scrutare verso il fondale. C’erano dei pesci coloratissimi che lo aspettavano e ogni volta che gli sfioravano le piume gli procuravano brividi piacevoli e spaventosi. Avrebbe voluto poter nuotare con loro, anche solo con uno, anche solo per un po’, ma sapeva che era impossibile. Quando ci aveva provato, per poco non era affogato.
Poi tornava sempre al suo mondo, all’aria, alla luce, al sole. Si divertiva con i suoi simili, stava bene in mezzo a loro, sapeva che era quello il suo posto. Solo ogni tanto, quando si ritrovava da solo, i suoi pensieri sfuggivano verso il mare.
E il richiamo era troppo forte. Sapeva che era pericoloso, che immergendosi sempre più a lungo rischiava di non riuscire più a tornare a galla, di prendere odori diversi ed essere poi emarginato dagli altri uccelli, di non poter più fare a meno di quegli abissi, di quei pesci che non venivano mai a galla a cercarlo, ma che ogni volta lo accoglievano con guizzi gioiosi. Era una vita alternativa, fatta di allegria e mistero, di emozioni e desideri.
Sapeva anche che era solo il potere delle novità, il brivido dell’estraneo: se avesse davvero deciso di andare a vivere nel mare, sempre che non fosse morto annegato, prima o poi se ne sarebbe stufato. Di sicuro quei pesci non vivevano solo momenti intensi e spensierati. E prima o poi l’uccello si sarebbe abituato ai loro splendidi colori. Il cielo non l’aveva mai stancato, ma comunque aveva cercato altro, figuriamoci cosa sarebbe successo col mare, che non era neppure fatto per lui!
Forse il destino dell’uccello era di voler essere sempre altrove, ovunque si trovasse. Non era capace di godere appieno di quello che aveva. Eppure non l’avrebbe scambiato con niente al mondo. Neppure col mare.
Gli restava la nostalgia di qualcosa, ma non sapeva cosa. E così l’uccello rimase nel cielo che amava, ma i suoi occhi erano rivolti costantemente all’acqua.
L’uccello sapeva che la sua storia non aveva un senso. Non aveva neppure un finale. Ma del resto era sempre stato più bravo con gli inizi.

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